*

dentro la voce

piega che non conti tra i polpastrelli
ciglia che non vedi dove mancano all’ombra
dove stempiano occhi
dove lavano il buio

dalla luce

sorda
la bocca mastica poche parole
rende commestibile il vuoto
il suono mancante

la solitudine del bacio
che piega nuovamente suono
che torna
che vede

che mangia i buchi di aria
dentro le pietre, che aspira la gioia,
l’asciuga, la storpia

come una femmina dall’urlo precoce
e l’inguine aperto che sanguina
l’orgia data come pane

senti come la voce
dentro
resta una mollica di suono alla gola
uno strappo appena di nome
che scende
che scende

io sono qui

e torna l’ordine alle pietre
il buio costeggia più lontano
in fila dita di noi

e storia gli anelli tolti
un giorno
un giorno soltanto.

*

qui in fila le dita, l’orma levata al piede;
e te che numeri formiche sul davanzale
senza la conta di minuti che mancano
per lasciarmi andare.

*

ché tutto nasce
mentre l’arto spezzato tocca terra
e sfiamma la gola prima di dire
sfibra
dimentica il sapore che l’acqua prende
nel scendere giù, stomaco a buco di voragine
scesa come caduta:
sfalda la radice, come trema la terra,
come muore.

*

                      la neve ricorda un bianco che si dimentica

è come nelle mani, tolta traccia al labbro,
una parola appena, un ricamo di pelle
e vieni ancora di qui per i boschi
per cucire un’eco dietro la schiena
andando a nord, dopo le pietre:
il verde che muore nel margine di mura,
pareti su pareti di colpi scesi giù a picco
negli argini – l’acqua ha un corso che non sente
suo, non sa scivolare.

[...]

ho cominciato a prendere lezioni di pianoforte. un giorno vorrei suonare così…

*

se tutto ferma, sulle strade, l’orma
rimasta nella pioggia, mani – resta
qui
- sul marmo di questa pietra dura,
risorta, naturale, in questo volto
che inclina i volti resi magri, tolti;
in questa ombra stanata, dove muti
negli occhi scuri, prima di partire.

*

rimani qui a sfogliare questa pagina
a mani sinistre a gole sempre più scese
dentro una l’altra l’altra ancora
in catene che trascinano a digerire
gli spazi vuoti dove spesso
restiamo.