*

resti fermo dove ti ho lasciato.
con le mani sulla bocca.
con le mani, ché non sai chiamare.

ascolto le donne del paese.
le loro gonne sparse premono il grano
dove il sole non lascia ombre.
sorridono. parlano. si raccontano.
sono certa che parlano di noi
quando mi vedono. le loro sedie cigolano
col corpo che gira a guardare.
non sanno cosa dirmi.
non so nemmeno io che dire.

a volte numero ancora le dita nel sonno.

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avere paura ci siamo detti più volte sia normale.
la mia testa deforma dentro le tue mani.
ricorda il rumore del mare. apprezza
l’odore delle palme. un secondo soltanto.
poi ritorna. qui dentro le mura. dove mi puoi seppellire
nei mattoni rossi e piantare papaveri.
nei mattoni rossi.

*

se sono qui, una gamba meno tesa ed un braccio
circolare verso la tua testa che si gonfia
e sgonfia di ogni parola che è caduta bruciata –
e queste pareti che deformano le sedie
dove sediamo e parliamo e piangiamo
perché non c’è più grande assenza della nostra
similitudine che schiaccia e storpia e curva
la schiena che schiaccia e storpia e in bilico
resta – restiamo io e te in fine – non dormire
più sulla mia spalla; non dormire mai.
ho paura di guardare le pareti che mi osservano;
le persone delle foto sui muri che si trascinano fuori
e come ombre mi schiacciano continuamente.

*

ci siamo alzati. ci siamo dati la mano prima
di aprire la finestra che dà sulla strada.
nessuno che guarda i vetri. gli alberi ancora dormono.
oggi é un giorno in cui conosco il silenzio delle scarpe
e lo riesco a piegare e piegare più volte per portarlo con me.
non parliamo in macchina. non accendiamo la radio.
ma so che la tua mano che stringe le dita mi racconta
che la pace è lontana. so quanto amore in quella stretta
mi ha cercato le notti in cui gli incubi
avevano tanto di cui parlare.

*

la terra è piatta come una farfalla che vola.
così ripete la donna davanti a me.
oggi siamo in due dietro la porta.
non fiatano i quadri mentre noi parliamo.
le braccia hanno già drenato il sangue.
si vedono le cicatrici oblique ed il cotone
stretto intorno. fa male dice lei
aspettare così le vetrate chiuse
pensare di distogliere lo sguardo
ma sempre tornare a guardare nella luce.

le cose appiattiscono. le mie palpebre
solo ascoltano in silenzio.
non voglio venire qui un altro giorno.