*

da qualche parte si scava il solco
del corpo, mentre il tuo nome spicca
come un figlio che non abbiamo avuto;
e qui si è tu-io nella gola
che trafigge ogni suono, confonde
l’odore del sesso che s’arrende di mattina,
appare come un Dio, un dio-polvere,
occhio moro delle montagne e delle neve,
occhio di drago che abbiamo attraversato
e disarmato e toccato. non piango più
le tue assenze, le notti lunghissime
attendono la nudità delle braccia
per addormentare le voci evocanti nomi.
alberi e case e strade e vecchi mobili
confondono il rumore dentro: ho scelto
di camminare cieca; ho scelto di amare
cieca e credimi, ho pagato il rumore,
la nudità, le voci degli alberi,
gli occhi della neve.

*

queste tende stropicciate, testimoniano
la strada dove siamo rimasti a guardare a lungo
la neve. abbiamo deciso di partire,
non ci siamo detti addio, abbiamo solo
intrapreso le nostre vite, ci siamo uditi
nel silenzio. ci siamo rifiutati
di ascoltare scorrere le cose: non fa
più amore, non fa più amore di così.

*

“sei guarita” dici piano come se ti alleggerisse
la memoria di questa casa, dove le cose stanno
da sempre sopra la stessa polvere. hai sentito
bene il battito dentro queste mura
quando mi hai mostrato nel buio di non aver paura.
sei sempre lo stesso, dopo anni,
la tiritera dei versi, le piaghe tacciono
ma tu non sai tacere, viscerale, ubriaco di te,
più di ogni altra cosa, addosso, oltre le tue
membrane cucite e ricucite.
sono guarita dove non resta di te nemmeno l’ombra.
dove sono tornata ad essere umana.

*

ho timore di te per come le mura
ti spingono oltre, nel labirinto delle case
abbandonate; coi piedi scalzi ci corro come i matti
senza sapere dove e come lasciare lo sguardo;
questo odore giallastro di immobili mobili
stabili rocce e distanze tutte da accorciare,
alberi e strade strette, dove un passo per volta
abbiamo camminato tenendoci per mano;

non v’è neve dove piove l’occhio.
ti riconosco appena,
non sai più cosa sono.

*

non dimenticare che vivo come le pietre,
sto tanto in silenzio per udire gli altri non dire,
per accantonare il fiato e mantenere
la distanza; la casa è dappertutto
il tuo respiro a cui mi piego;
quando morta, sei la rissurrezione del mio sangue.

dico tanto di oggi quando sulla sedia
tenevi il petto stretto e le tue braccia udivano
me nuda sul balcone parlare.

*

mi dirai la poesia nell’orecchio, non urlare,
l’udito piove pacato dentro il timpano
e a malapena in nome delle cose
ti dedico la mia lingua, quella madre,
la lingua del seno e della coscia che mi tiene;
l’utero ora è svuotato e non vuol dare.
la traccia del sangue è una e una sola.
ho timore di te come del sangue,
svernano le nostre pelli come pellicce
appese per l’anno a venire
a seccare, a morire.