*


se noti le spose camminano a braccetto 

e si baciano, e si chiamano nelle strade,

si sussurrano i nomi, chiacchierando 

agli orizzonti dei ponti che celano altre vie;

ad udire i nidi delle colombe nei dorsi delle case,

stanno ferme le pietre. perché é il silenzio

che unisce la campagna, il cielo che frantuma

il buio nel chiarore della luna e parla parla 

mentre la vite stringe l’uva per non farne vino.

ma dove sono i nostri passi

le porte che spaccano la notte 

in chiusure precise dove decidiamo di smettere

di parlare. ma dove sono i colli degli alberi

allungati verso le stelle 

a salire imperterriti verso la luce.

*

posso solo dirti

che la montagna s’è spostata

e le notti sono diventate giornate lunghissime;

che gli occhi hanno raccontato ancora

e parlato nuovamente a donne e uomini migranti

e le mani hanno toccato

e mangiato il palato, s’è fatto di pane

di parole che hanno udito più buio e luce

accendersi ed inumidire gli occhi.

ma le donne e gli uomini mai

mai pronunciarono il tuo nome

sei morto per loro e per tutto

il resto che non ti ho raccontato

e tutte quelle volte che divaricando gli occhi

ai confini spianati, sono rimasta

senza più maree senza più montagne.

*

fu la sposa a salire per prima la montagna,

si curvò la schiena le volte in cui gli alberi cercarono di toccarle

le spalle. i capelli a malapena scendevano.

dritti in alto a ciocche salivano anche loro

per il vento.

non disse una parola lo sposo.

la sposa nemmeno.

le case sempre più lontane, in fine sparirono.

“siamo soli” disse lei.

lui l’abbracciò e sorrise:

“finalmente!”

*

arriva, come quando travasa gli argini, il fiume,
la pioggia e l’ancorare degli alberi che invece
frantumano e rompono e distanziano nei confini.
tu resti sempre qui con me. ad aspettare
nelle mani un grembo gigante come un traliccio
traballante che non sappiamo come cade
ma riconosciamo nostro dopo anni.
le nostre fotografie sui muri parlano.
distaccano addii a terre a cui non torneremo
ed accorciano distanze a terre di cui
riconosciamo ancora l’odore.
sei la mia nave muta che silenziosa galleggia.
resti nel silenzio per ascoltare tutte le bocche che ho da dire
ma non ti sorprendi se ti tengo stretto le mani.
non ti sorprendi mai.

a mio marito.

*

sono rimaste le nostre orme sull’uscio di casa
hanno divaricato le piante le hanno legate ai muri
ci hanno parlato per scoprire dove portano le strade
una volta andate ad est. non si raccontano così
le nostre storie, l’appropriarsi di voci
che non appartengono più a questi alberi.
abbiamo dato il nome a nostra figlia qui
rinchiusa in una scatola a lungo. come ci siamo accorti
di addormentarci e sognare.
ti tengo la mano ancora la mattina e tutto il giorno
e la sera pensiamo a quanto è più lungo il sole del sud
di quando è iniziato questo viaggio.
mi ricordo di sedermi sempre sulla panchina
in una foto appesa al muro della nostra stanza.
non siamo più soltanto noi due
la moltitudine di bocche che aprono e chiudono
per prendere aria e liquido amniotico
ci parlano muovendosi continuamente.