*

ché poi ti amo con la bocca gigante
come acqua che corrode le trincee di nervi
ed il fiato più giù, occupo tutto lo spazio,
l’armeria che accompagna e comprime le braccia
ché t’ha fatto cosicosì andante come un suono
di mattina e le strade riprese per scordare
viaggi di viaggi di orme lunghissime e bianchissime
come fossili. non sono finita, ma un quadro
a metà comprende già il mio corpo abitato
e l’ordine di richiami s’è udito dagli alberi
ché mi hanno cucita qui, con travi e scardinature
di voci che hanno concimato, messo radici.

(2017)

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*

è su queste stanze che hai lasciato che mi tagliassero.
fecero a pezzi la pancia, l’utero lo diedero ai gatti del vicinato,
fresco e pulsante con le ovaie ad occhi tanto lontani e fissi
ma vecchivecchi. mi fece così mia madre, con la fatica
di lasciarmi respirare con la mia bocca, mi donò il polmone
per non farmi morire. che nascita è la perdita del corpo
quando non senti pulsare le tue vene. non farmi restare
su queste pareti, il sangue ha preso forme che non voglio vedere.
le gambe hanno udito lo strappo del figlio
che è morto, senza nascere.

(2017)

*

ma è accaduto, tutto s’è unito
in piccoli nei e cicatrici quando volevo morire
distante dai boschi, nella grande casa
dove abitò il dio del sole che vidi tagliarsi le braccia
sulle lingue del fiume. crebbero altre braccia
giorni dopo, senza che se ne accorgesse.
nel sonno scesero uomini dappertutto, gli legarono i capelli
alle spalle, fecero crescere lunghi tronchi e punte
di pietre e, salvo il corpo, allora nel sonno, si svegliò.
non lo vidi più al fiume. si vergognò delle braccia
nel suo corpo circolare e non potè fare altro che sparire.

(2017)

*

non mi lasciare qui, vienimi a liberare,
nel portico i cani abbaiano e assillano
le voci nella testa
le voci nella testa che nemmeno si ascoltano.
ho a volte paura del buio
tanto da volermi tagliare le vene
e bruciare dappertutto fotografie ed occhi
di chi è rimasto sulla pelle
e non ha avuto il tuo nome.
e se dentro l’iperbole della mia terra
gigantissima nella fame che racconta
il mare, la commozione degli addii,
i volti che hanno prevalso su tutto,
le piaghe che ho concimato io stessa
come piante grasse da accudire.
ho paura del buio come una parola unica del male.
e se fosse che le voci dentro
parlassero di più di più
come un districarsi distinto delle nostre memorie,
dove ti ho visto restare a lungo.
ho qui l’immersione intensa delle lingue
che attendono sempre ed ancora di parlare.

*

nelle fotografie dei muri vedi tronchi di corpi
in radiografie grigie o rosse danzanti
con le bocche spalancate ma senza suono.
ci sono sedie intorno, a volte in cerchio,
a volte in fila fino a distendersi
e raggiungere le porte semiaperte delle stanze.
si cammina piano, ma al buio ci si perde.
hai occhi solo per me o per le nervature delle mie braccia?
no dimmi, come mi vedi nelle mie storte facce
cave di solchi e lunghe mani scavatrici.
le orecchie frantumano il suono e lo assorbono
a bocconi giganti dentro il collo.
e tu stai sempre nello stesso punto
dove si creano spigoli nelle mura
e le crepe si uniscono per poi sparire.