*

così chiaro
questo rumore, lascialo andare non sparisce
disintegra il volume delle cose sfianca
come un albero sfalda radici nella foresta
deteriora il respiro delle foglie che non fanno autunno
né primavera chiarochiaro come una ragnatela
dove la preda è già morta, ferma
nel movimento di tutto intorno dappertutto.

non resti ma nel sonno
imbuchi i sogni e li doni
uno a uno cento volte
dove la voce spiana.

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*

tra poco provo a tagliarmi le gambe
per fluire il dolore altrove. il corpo a metà
conosce la misura del suo essere vivo
o morto, a seconda di come mi vedo la mattina.

non ho dolore ad un punto, ma dappertutto
un alveare che riconosce gli occhi della regina
che di sete attentamente sopravvive.

*

non possiamo credere di essere morti.
tu di là, accartocciato e silenzioso
come un origami di carta a piegare le tue rovine
ed io così divaricata e spalancata e infinita
nelle urla delle mura nella casa di una madre.
canta per me.
non voglio sentire altre voci. come piccoli ragni
le braccia si sono unite agli angoli dei muri
e le finestre non lasciano passare l’aria
ma uscire i nervi e le ossa e le travi giganti di questa casa.
ha udito il tuo canto nostro figlio prima di andare,
ha cucito addosso a me il suo sangue
e s’è ucciso.
ho qui appena le mani,
le mani che hanno sognato.

*

in stanza c’era solo il corpo ed un taglio profondissimo,
l’infibulazione delle tube: tagliate quella destra
e sinistra ché non servono a niente.
la stanza rimpicciolisce le voci.
all’angolo tu resti un uomo sfatto
tra forbici ed immagini di feti sui muri.
la tua faccia è piatta. non ha corpo il tuo occhio,
chiuso tra le palpebre parla meno.
sai dove sono, divaricata e piccola.
le gambe lunghissime conoscono le radici
e piantano giù a fondo, nel letto annidano unghie;
sono sfatta anch’io, un’umana che non genera umani.
inutile dire che sapevo. la tua mano toglie il dubbio
che tutto questo abbia un nome.