*

queste radici in lontananza
hanno udito la parola dei lupi,
dove separa il sentiero me te
afono il pegno che ci siamo dati
con una croce sulla bocca. sugli occhi
il cielo ha ingannato il colore
e, ritratti i piedi sulle croci,
ha segnato come lasciarci
e ha prevalso tutto:
da quando ho scelto qui la fine,
il tormento della porta che chiude
è restato cucito a lungo nei sogni;
il fiato ha sradicato dalla gola
la parola di te ed è taciuto fermo
per tempo, nel suo silenzio.

*

partendo da qui, si sente come scorta le barche
il mare, le lunghezze delle onde che frangono
lente poi ventose le maree.
racconti come sotto la luna non hai mai fatto all’amore.
ma hai amato tanto.
tanto.

*

la pelle ha memoria degli odori;
abbiamo coricato gli occhi e dimenticate
le ciglia hanno visto la neve. puoi stare qui
un poco sotto il tetto bianco delle case,
l’andirivieni di alberi e volte, dove le vie portano
ai boschi: secche sono le pelli dei serpenti
che t’hanno cambiato odore, t’hanno nutrito,
leccato il viso. e la tua lingua, la tua lingua
s’udiva, già allora, urlare.

*

ricorda me, sulla pelle il segno è intatto,
non parla, la voce ha solo uno straccio
di fiato, e ripercorre dappertutto,
l’afonia della distanza. frantume il viso,
ha pianto, ha unito le ciglia in chiusura,
ha detto l’inevitabile, trasmesso le ceneri
all’acqua, è mortomorto come ha udito
la tua orma apparire.

*

ho contato le dita del letto di fronte,
pazzapazza chiamata, eppure nel chiarore
del colore degli occhi,
ferma qui la figura rittrae la figlia
avuta in altra vita.

*

si sono fermati il vento, il cielo
che alza la polvere mentre cammini,
le nomee delle maree
tra i muri d’acqua e pelli ovunque
hanno sentito l’ululato dei lupi
hanno tolto gli abiti
si sono dati il bacio sulla fronte
bambini
risacche di caduti
uno due
tremila voci
hanno nominato la terra
hanno piegato, vestito la madre e il padre
praticato il perdono, detto la preghiera
sottovoce o urlando, mille volte,
ché Dio è morto tra gli alberi tagliandosi
le vene; Dio è morto senza nome.
non dimenticarti di andare all’acqua
a lasciare una mollica di pane:
attaccati alla spiaggia ci sono i resti morsi
delle unghie che hanno graffiato l’acqua,
hanno demolito la saliva e teso giù il collo
in picchiata sono caduti, si sono suicidati
hanno scelto di sentire come si fa a morire
con le scarpe addosso
ed una sete da far male.

*

e poi ci si chiamerà nelle voci dei boschi
uno due tre mille come le lingue lunghe
di strade attraversate per sogni e notti
di lunghissime strette; e bavagli di bocche
cresceranno le parole: cos’hai da dire adesso,
mi metto a cucire un orlo sulla porta,
lo unisco piano agli angoli e ti dirò
resta – perché restarono qui la polvere
e l’addio che lasciasti sotto la luce.

non ci sono passi
nei fossati è mancata pure la pioggia
quest’anno di mare e sabbia e ubriacature
d’inverno con il freddo.

*

ho il tuo rumore sulla bocca
e so che urli andando; dicono le voci
che a volte il tuo dettaglio mentre guardi il sole
tace; e so che pensi al mio silenzio
e quanto dentro si accorge il veleno
che ha scardinato tutto
dalle ossa ha eletto l’odore
e nulla è rimasto
nulla.

mura e tralicci
equivalgono le ombre scese
con la notte.

*

non ci sarà termine, né io né te
cesseremo di contare i fiocchi della neve
e penderanno i tetti delle case
e gocciolare si sentiranno le statue;
le mosse ventose delle catene intrecceranno gli alberi
e morirà l’erba, le piante che rigenerano
ogni primavera; ovunque dove la neve è caduta
scioglierà; si scioglieranno e non avranno gli stessi
occhi le ombre, il fiato s’accorcerà nelle distanze
dove saremo imprescindibili; eppure
né io né te cesseremo d’essere parte
l’un l’altra come un alveare urleremo
ci conteremo le costole
ci addormenteremo
faremo rumore.