*

se c’è qualcosa da dire
mi ricordo appena di parlarti –
nei piedi le lumache camminano strisciando
ma cerco di non colpirle; l’acqua cresce i gusci,
alimenta il riverbero e distrae. distratti
camminando ci siamo visti solo la mattina.
avrò abbastanza luce per ricordare,
eri appena due passi più lungo, passi come dita
e stretto stretto, oltre il fiato. ed il Buddha;
la stanza ti sorrideva; ed i fiori;
i fiori rimarcavano il profumo di Dove della tua pelle –
boccheggiava. avrò passi di te da ricordare domani,
avrò le ginocchia crocifisse
ed il petto in fuori perché l’aria mancherà di cucire
e si stringerà affine alla tua pelle. stretta,
in un piccolo giro del fianco, udirò dall’occhio sinistro
il timpano più stretto al cuore.
non noti come stimola l’aria il cielo,
le borracce di piogge scese come catene unite
nel grembo pendono, traggono ciò che dentro
è muschio senza vitalità, quasi cerca l’uscita
più breve per tornare alla casa dove morire
senza il rumore delle mura, solo.

ma se c’è qualcosa da dire
lo ripeterò come frastuono,
torbido guscio che schiaccia ciò che dentro è feto,
mio nostro pugno di sangue, che si scompone
e delinea la vena del seno, attorciglia il fiato
ed un battito più giù unisono cresce;
ma avrai poco da raccontare senza la sonorità
della lingua; insegnerai la lingua con cui parlasti
la prima volta, con le tempie unite
a pensare al nome da darci tra le mura dei vivi,
le fotografie sole si guardavano ammirandosi la fronte.

come sei piccola
nel tuo grembo tagliato in due – e cucito
ti ho lasciato un nome piccolo
da bisbigliarlo col rumore dell’acqua
e non sei più nata.

*

in giorni di abbandono, la tua voce diventa
una col vento. non mi sa parlare, ma vola.
ci siamo prestati; nelle strade il rifugio
ci ha visti scendere nei boschi.

hai timore si metta a piovere.
io non vedo l’ora.
quando stiamo così, preferisco il buio delle lenzuola.

*

l’acqua si sottrae, armeggia piano con il corpo
teso, umano che resta e tenta la fuga;
quanti nomi hai dato alla libidine, l’hai
nominata nella voce bambina e trafitta
una due tre volte, trafitta eccome, la ricordi
nel pianto piano delle nuvole
sotto gli alberi scesi nella croce lontana
di una chiesa dove rimasti vi sono stati i corpi
chiamatosi amore; ah se fosse così poca,
così poca nella tanta desiderata agonia,
dove l’acqua ci ha chiamati, siamo tornati a bere;
siamo tornati a bere poco a poco
con fame.

*

queste radici in lontananza
hanno udito la parola dei lupi,
dove separa il sentiero me te
afono il pegno che ci siamo dati
con una croce sulla bocca. sugli occhi
il cielo ha ingannato il colore
e, ritratti i piedi sulle croci,
ha segnato come lasciarci
e ha prevalso tutto:
da quando ho scelto qui la fine,
il tormento della porta che chiude
è restato cucito a lungo nei sogni;
il fiato ha sradicato dalla gola
la parola di te ed è taciuto fermo
per tempo, nel suo silenzio.

*

partendo da qui, si sente come scorta le barche
il mare, le lunghezze delle onde che frangono
lente poi ventose le maree.
racconti come sotto la luna non hai mai fatto all’amore.
ma hai amato tanto.
tanto.

*

la pelle ha memoria degli odori;
abbiamo coricato gli occhi e dimenticate
le ciglia hanno visto la neve. puoi stare qui
un poco sotto il tetto bianco delle case,
l’andirivieni di alberi e volte, dove le vie portano
ai boschi: secche sono le pelli dei serpenti
che t’hanno cambiato odore, t’hanno nutrito,
leccato il viso. e la tua lingua, la tua lingua
s’udiva, già allora, urlare.

*

ricorda me, sulla pelle il segno è intatto,
non parla, la voce ha solo uno straccio
di fiato, e ripercorre dappertutto,
l’afonia della distanza. frantume il viso,
ha pianto, ha unito le ciglia in chiusura,
ha detto l’inevitabile, trasmesso le ceneri
all’acqua, è mortomorto come ha udito
la tua orma apparire.

*

ho contato le dita del letto di fronte,
pazzapazza chiamata, eppure nel chiarore
del colore degli occhi,
ferma qui la figura rittrae la figlia
avuta in altra vita.