*

                 questo inverno ha i fiocchi di neve
                 appiccicati ai vetri.

non senti come scava
la lingua a lancia punta l’osso sfibrato
lo incide percuote il suono che trapassa narici
l’arteria che comprime le pareti
un polmone svuotato di aria
come aria che cedi e forma nuvola calda
dentro il ghiaccio freddo rimasto 
fuori dalla bocca. il corpo ha pori appuntiti
sgomento sgola cerca le radici nelle travi
dure tagliate parallele dove camminare.

non entrare dentro. non entro. non c’è posto
nello spoglio di questa casa mura traverse
dove le sedie bucano piastrelle quadre e miste
in fila di cordoglio: il fumo dentro cerca il tarlo
per poter uscire.

non fa del corpo se non un’ombra
la luce che comincia a penetrare gambe
segni di capelli nel ventre buchi di voragine
stipite lungo che tiene la mascella appesa al soffitto:
non cadi. i piedi sanno dove fermare.

qui resta la pietra lanciata
il dorso del petto che soccombe il respiro.

come mi resta la doglia
la spina dorsale che acciglia pelle
compressa nei pugni – stretti li tieni finché premi
le pieghe degli occhi nei palmi – vedi come
centrifuga l’inguine
nel precipizio del ciglio senza sanguinare
corpo mio tuo che chiami amore
che chiami senza restare.

resta vuoto il tuo posto.

come buco un ombelico con un occhio che trascina
nei fondali le sferze occhiate lunghe 
i gomiti corti delle tue dita la saliva colante
come lava che brucia qui pelle brucia
come sono io
una frangia che copre seni collo anelli di costole
partiture di unghia spessa trascinante muri
ginocchia di case e legni portanti muschio
con dentro il respiro – l’apertura della bocca
slava l’immagine degli amanti snoda ma nidifica
nella pietra il tuo nome il nome tarlato
senza consonante nel suono
senza suono
vagito lungo corredato al buio.

resta cavo il mio corpo.

come abisso divorato nella profondità che possiede
un corpo una volta due ciclicamente
come armonia di gesto che stringe le cosce
per mantenere la saliva scesa in gola 
un morso ripetuto a possedere la parola
l’eco perversa di amanti silenziosi
dietro finestre che danno sulla strada
e tu che taci dentro la mia bocca
ma non scendi ti confondi alle pareti di gola
una corda lunga dove lo stomaco digerisce volti
rimasti ancora appesi a smagrire.

resti, come non devi restare.

ciclicamente il nome fa muscolo sul corpo
comprime il fusto senza voce arteria priva di piega
dove cinghie di nomi restano dritti appesi
dentro le bocche afone contese
tra un corpo e l’altro – mio e tuo qui
come corredi silenziosi ancora di mura
e porte chiuse poi aperte
ciclicamente per uscire.

vai muto dove scendono magri
i capelli tagliati di forbici dure a raccogliere
ossa cadute sul ventre pelli a macchie sforbiciate
da tempie a forma di foglie giallo pallido
come d’autunno. ma l’inverno brina
alberi gambe gomiti braccia dita narici
corpi macerie di nomi volti animali morti
umani in decomposizione stracci di sillabe
in lingue materiche cortecce di sguardi
i suoni afoni delle parole pronunciate
nella tua voce. 

qui la tua voce muore.

muore e smette di morire come la pioggia
che scivola negli occhi di queste case
dove dicesti abitammo qui una volta
e numerare le ciglia nei polpastrelli
non faceva varco soglia abisso bruno
ma gambe allungate dal passo più lungo.

si sente il rumore delle cosce

lo svilimento del passo che snoda il possesso
ciclico del corpo: in questo succhiare a gemiti
l’aria nella corsa breve delle gole nella brevità
forte di pronunciare i nomi insieme
una cantilena concessa per zittire l’amore
il sesso la brevità del gemito il gesto del dire
mia com’è concesso poco com’è stremato
il colore del cielo mai visto di notte 
                                 – mai visto, vedi.
[…]
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