*

ci vuole il dolore dell’albero
della casa che nella voce ci perdona
i passi, i tagli di unghie alle finestre
larghe come balconate lunghe
i volti entranti e uscenti come ospiti
dalle scarpe buie e corte
di pelli timide e bianche
bianchissima dicesti della mia
prima volta nel verde dell’occhio
prima volta nel polso stretto
stretto. il giallo fuoriusciva
da dentro dall’intero corpo
dall’occhio dalla pupilla grande
che piantava radici nel volto.
dall’occhio. ci vuole il silenzio.
come annodano le lingue il senso
di appartenenza. ci vuole l’ordine
greco delle partiture sparse senza
la mia voce che chiama i gatti
senza la macchia di muro che sovrasta
soffitto travi erba che giace ancor viva
mentre dormi. eppure io numero i calici
dove bere vino una notte
con le ginocchia strette
come coricando il buio.
e non vi è parete che regga il peso,
la mano che indietreggia nel nome,
la testa lì a caso che cede al braccio
come una lingua che pende mozzata
senza parlare.

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