[esercizio]

a te
te che smuovi sabbia e acque e corpi animali
a sciame scorri e scopri morsi becchi avvoltoi
mossi da fame sorgi da limbo perso in anni di sogni
tube tagliate nei grembi schiacciano i tuoi figli
a radura gli alberi seccano infibulati
il tuo becco smisurato inginocchia
un urlo e sordo diviene il tuo canto
la voce che nidifica nelle nervature
dove la foresta ricama l’acqua e la tiene nascosta
per sopravvivere ma tu uccidi
e bevi tutto il bere e accechi nella nebbia
lo scintillio che vede il sole regnare a radice
uccidi perché sai uccidere la fame
la crosta che la terra dona al mare
la costa dove frange l’acqua appena per frangere
bocca e lingua tesa per dire altra acqua ad unire
la grondaia che assorbe e beve tutta la pioggia
tutto il nido che si sposta fin giù gli alberi
le fronde le sponde spesse delle case
le tube della terra chiusechiuse come sottane
lunghe dove ti nascondi ti si dà il nome
che si dà all’animale senza tana
dove ti annidi ti si presta una voce
che richiama i lupi la lupa tace e ulula
nell’aspettarti tu non aspetti muovi
casa radici rami foglie mura pietre muovi
nido se può essere chiamata tale la tua casa
una foresta gigantesca senza alberi
ma buche dove piantare radici mosse
argini dove il confine muta s’allarga
approda spesso oltre l’orizzonte
tu dimmi dove sei per saperti arginare
come un fiume in piena che corre
per non indietreggiare e smista forme
corpi animali filamenti di occhi
migranti pietre porte smista muri
costruzioni di argilla e mani
e ventri aperti di abbracci
intagli di carne e sangue e dune
alte come case forse è qui il tuo perdono
il fiato lasciato per ubriacare l’aria
il petto si sente schiacciare il polmone
l’argilla che fa pietra il volto il tempo qui
ha forme unite a schiera per assopire
voci sogni gorgoglii di alberi mormorii di acque
dove approdano soli gli animali da uomini
perso è il cammino la voce s’accorge dei morti
gli alberi parlano il confine sterza l’occhio
per non vedere ma sei oltre l’orizzonte che muta
sei fiamma esplosa al sole carnivoro già nell’odore
che intrappola narici e gusci di lumache
viscide striscianti senza casa addosso
senza piante o buche larghelarghe dove elargire
il battito dove sfiamma la forma che ti do
in ogni tua incrinatura o dettaglio o visibilio
asciutto e cavo come un morto ma sei qui
e ti do tana ti do groppa larga e ferma
coscia stridente la vena ti trattiene stretto
stretto a me come un cucciolo vedi oltre
dove non sei nato dove non sono nata ma detta
a partorire il tuo seme la tua lingua
parlata a lungo la tua pelle o petto che preme
continuamente il respiro per non morire
come sono ampie queste mura non senti
più odore di marcio non senti più vivo nulla
se non il sangue stesso che scorre in te in me
come parte dell’intaglio fresco degli alberi
della foresta delle case senza mura
del confine senza limite

 

 

 

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