*

e se tutto
se tutto chiamasse a voce le cose
i trampoli delle case le mura i tetti
i soffitti a schiera come soldati eretti
tronchi, piatti, tornasse la pioggia,
qui giùgiù cadesse, eretta, dritta fino al petto
e scendesse a radice, nell’utero
radicasse, portasse un po’ di aria,
come se piovesse, a raffica, a urla gigantesche
di tuoni, i suoni delle finestre, i vetri franti,
gli alberi. poi se tutto rompesse le braccia
le gambe le dita i mignoli i polpastrelli
arsi e densi nelle unghie, l’odore che avrebbero
poi i corpi, qui a urti si consumano
già spenti, già detti, in tutto il vortice
che appiattisce i pianti, gli abbracci larghi
brevi, prima di partire,
soltanto.

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2 thoughts on “*”

    1. grazie… non so se è talento o altro, so solo che la poesia deve essere naturale. quando è troppo costruita, fa parte dell’ego smisurato. e risulta illeggibile.
      per questo spesso cambio letture. e chi lo leggevo sempre e mi era pilastro, ora lo leggo in modo differente.
      poca naturalezza oggi.
      troppo poca.

      Mi piace

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