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hanno coltivato alberi i muri; le statue
mozze dei rami numerano la legna sotto le travi.
il fuoco è un rito da riconoscere nostro,
ma non sappiamo nominarlo,
lo cerchiamo profondo nella memoria.
è passato un anno eppure cavo il tuo profumo
lo riconosco. innesca distanze che ancora
nidificano nel più lontano spazio, privo di segno.
dici che andiamo, ma so che tornare
è l’unica cosa che preme. qui si torna
per temere il peso del corpo,
per ingabbiare le narici nella purezza della neve.
l’estate è lunga ma non abbastanza per addormentare.
piedi, mani, braccia, occhi chiarissimi
dentro altri occhi, stretti stretti dappertutto.
resto la tua lupa: lasciando il nido
rendo preda il cuore per sfamarti ancora.

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