*

come muri spingono sudici i volti le braccia arcobaleni
cadenti nella testa dalla tua parte dove credere
è più facile che sopravvivere; muschio mitili
travi cortecce districate gambe dorsi di mani
tagliate tagliate quelle teste come cartoni
di Re quadri imperfetti e Regine rosse.
spingono scesi oltre l’acqua dove è fiamma
la parola snervano le vene nel corpo
io le ho contate le tue e le mie hanno lo stesso
numero le stesse strade intrinseche dove
ubriacano le orecchie. tagliate tagliate le gole
il marcio delle placente distacca improvvise urla
meno distanti delle tue mani. stai qui
un urlo per te lo cerco nel mio utero
così così oltre dentro dove inarca ed incendia
una fornace e sveglia spalancati occhi
troppi occhi meno occhi meno tutto e tanto
meno rumore e silenzio profondissimo.

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*

avevano deciso che nascessi di novembre
perché di freddo si moriva meno se preparati.
mi avevano già dato il nome del mare
poi cambiarono in vento, per l’inerzia
delle foglie cadute sul fondale.

non parlarono più del mio nome,
lo dissero una volta e per tutte
e tutte lo costrinsero alla nascita.

ci fu una festa dicono. due mesi dopo.
non ci si era abbastanza preparati al freddo,
le mura cadevano rigide sulle spalle.
il vento incubava nelle stanze. tormentava
i piedi, i capelli biondi, gli occhi forse
verdi, forse scuri.
ma avevano già deciso che vivessi, senza dirmelo.

due mesi ci vollero per farmi nascere intera:
il seno corto s’era fatto pietra, l’odore
l’avevo cambiato tante volte. tante volte
non gridavo, sopperivo al distacco col silenzio.

ero piccola così, ferita del taglio ombelicale,
del ventre piccologrembo intero e frammentato.

non ricordo il taglio umano della neve poco dopo.
fu autunno dopo tutto. il mio primo.

*

mi volevo suicidare nella camera numero 4,
pensavo che il 4 fosse un buon numero dove morire.
avevo contato pure i fiori presenti,
i tappeti, gli asciugamani, i cuscini, le fodere,
persino gli abiti portati; tutto in quattro
in fila come demoni, tesi, sbilanciati sul fianco;
non mi ero nemmeno coricata la sera,
avevo udito il bosco accendere una sigaretta
e bruciare, incrociato le gambe a pensare
come avrei potuto avere una morte felice.
così ricordo il rosso intorno, mi concentro
sul viso, una geometria spassosa del tuo corpo;
la luce che si svincola dal vetro per udire
più a fondo, il rumore dappertutto.

*

talvolta devo numerare sulle dita l’infinità della pioggia.
sul corpo non c’è traccia del mare,
né occhi restano: hanno guardato l’ultima volta
il canto dei boschi.
hanno praticato il bene, quando tu non c’eri.
forte la distanza ci ha divisi.
tuo figlio ci ha creati mostri dal primo giorno.
il mio sangue ci ha unito nel giorno del Buddha buono.
pregavo smettessi di piangere.
pregavo smettessi di chiudere gli occhi e guardarmi;
guardarmi viva, come prima dell’autunno.