*

dalla pietra una casa ricorda il mare
ma nulla si sa di queste rocce.
l’ultima volta siamo rimasti ad aspettare
e ripetere che erano morte e stanchi,
ci siamo alzati a seguire cavallette.
l’erba al nascere del sole, non si curava
di noi, ché sapevamo amare.

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*

ché non si può in queste strade – qui fissi
tempie ed arcate mura – numerare
le porte a singoli distici e voci
e canti più forti o distesi e misti
– sì misti – qui lo dico e lo ripeto
con fiato ancora. non ci si può udire
con le frontiere lunghe ché camminano
pesanti e tese le gambe, che chiamano
lontano boschi e foreste con braccia
umane, dico vive. forse qui
l’attesa ancora presta il volto al dio
che amò più forte la madre e scomparve.
ma forte pianse, arrese le braccia,
le mani al grembo strinsero poi il fiato
come in una preghiera: sterile albero
sarai intorno alla vita e, vivo, l’utero
lo mangeranno come concime alti
tronchi, che cresceranno ed udiranno
il silenzioso rumore dei venti.

*

così chiaro
questo rumore, lascialo andare non sparisce
disintegra il volume delle cose sfianca
come un albero sfalda radici nella foresta
deteriora il respiro delle foglie che non fanno autunno
né primavera chiarochiaro come una ragnatela
dove la preda è già morta, ferma
nel movimento di tutto intorno dappertutto.

non resti ma nel sonno
imbuchi i sogni e li doni
uno a uno cento volte
dove la voce spiana.

*

tra poco provo a tagliarmi le gambe
per fluire il dolore altrove. il corpo a metà
conosce la misura del suo essere vivo
o morto, a seconda di come mi vedo la mattina.

non ho dolore ad un punto, ma dappertutto
un alveare che riconosce gli occhi della regina
che di sete attentamente sopravvive.