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distinto il sangue, maceria il corpo reso
padre, come si pronuncia, come si scava
in gola, come si trattiene, un singulto
denso che porta il nome alle vene,
si racconta piano.

ti fece così, piccolo piccolo senza nome,
ti fece aquila, del volo e al volo tolto
come una pietra scagliata, un nervo
che regala nascita. e non vivo l’odore
ma ciò che rimane, è dato come nome
casa e casa è tutto ciò che toglie.

per le giunzioni, le piante, le voci,
le ginocchia non vedi, ma sai, ti conosci
per come trattieni le palpebre prima
prima di cedere lo sguardo alla luce,
privo di palmi da coprire volti, occhi
lance fitte di colore.

ma non scioglie l’inverno,
i ciliegi attendono d’essere mozzati,
le case di cadere, le mura di aderire
alle mani, come fiocchi di neve
incenerire i suoni, appiattire
le gole, prima di dire privo di me s’è mura
e non più casa dice il mio nome.

da animale, non più umani gli occhi
non umane le guance, dentro e fuori l’osso
compresso al torace il respiro, ritornato agli avi,
invecchiato, fattosi preghiera, unto nel sangue,
smesso, come fosse lunga preghiera
l’assenza, la distinzione della materia dall’uomo,
il dividere il corpo da ciò che trapela cuore,
nascita, ed ogni giorno non scompone l’idea

vivi come allora, dentro il mare

ed occhi che insegnano di annegare,
per non rimanere sconnessi dalla pietra,
ma sanno, se sanno! d’aver amato
e numerare i polpastrelli sotto le foglie
seduti ai giardini come ubriachi, non basta
a celare e inghiotte la fame, il buio, i bui
che numerano le stelle per vegliarti,
quando non ci sarò, come non ci sarò.

ma tutto ritorna, sappi che ritornerà
come decide stremato il battito,
balbettando il suo cuore, ché tace,
tacciamo un poco prima di ideare bocche
comunicanti (…)