*

ci sono luoghi di me che non puoi abitare,
vertono a nord come le zattere dei fiumi,
s’allungano come navi, si prestano nome,
si raccontano e si svestono a scelta,
giocano a distanza, negli anni dimenticano.

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*

così persiste il buio: dentro rantola
nell’accoglierti intero, goccia di acqua
mai raccolta. dispersa. prosciugata.

non hai nome: sei come i morti; tarli
caduti a buchi aperti come case
a trattenere le ossa, le anche spesse
con l’utero sì gonfio, gonfio tutto,
nel suo dolore.

*

fai come pietra, lànciati con forza,
attieni gambe poi occhi e braccia come
croci in preghiera di tutti i tuoi nomi,
i volti presi, poi, per mantenere
distanza, dati. non scende qui l’ombra,
né il varco, né la stanza rende buco
il pavimento tra le mura. presta
fiato al bosco, respira, affianca il corpo
ai rami a pini marittimi scesi
vegliando il mare.

*

come grida. non senti più schiacciare
nel polmone la pietra che ti spinge
dura tra le tue vene per entrare
diritta al cuore. come trema un semplice
vociare distillato al sangue, senza
i nomi di cui tieni fisse le unghie
nella testa a cui stringi e mordi pelle,
di cui hai fame, giorno dopo giorno.
ma ora non piangi, è l’ora di credere
ciò che devi alla roccia. l’acqua districa
corpi poi spinge i menti a tradire occhi,
preme indistintamente, e sopravvive.