*

e poi ci si chiamerà nelle voci dei boschi
uno due tre mille come le lingue lunghe
di strade attraversate per sogni e notti
di lunghissime strette; e bavagli di bocche
cresceranno le parole: cos’hai da dire adesso,
mi metto a cucire un orlo sulla porta,
lo unisco piano agli angoli e ti dirò
resta – perché restarono qui la polvere
e l’addio che lasciasti sotto la luce.

non ci sono passi
nei fossati è mancata pure la pioggia
quest’anno di mare e sabbia e ubriacature
d’inverno con il freddo.

*

ho il tuo rumore sulla bocca
e so che urli andando; dicono le voci
che a volte il tuo dettaglio mentre guardi il sole
tace; e so che pensi al mio silenzio
e quanto dentro si accorge il veleno
che ha scardinato tutto
dalle ossa ha eletto l’odore
e nulla è rimasto
nulla.

mura e tralicci
equivalgono le ombre scese
con la notte.

*

non ci sarà termine, né io né te
cesseremo di contare i fiocchi della neve
e penderanno i tetti delle case
e gocciolare si sentiranno le statue;
le mosse ventose delle catene intrecceranno gli alberi
e morirà l’erba, le piante che rigenerano
ogni primavera; ovunque dove la neve è caduta
scioglierà; si scioglieranno e non avranno gli stessi
occhi le ombre, il fiato s’accorcerà nelle distanze
dove saremo imprescindibili; eppure
né io né te cesseremo d’essere parte
l’un l’altra come un alveare urleremo
ci conteremo le costole
ci addormenteremo
faremo rumore.

*

da qualche parte si scava il solco
del corpo, mentre il tuo nome spicca
come un figlio che non abbiamo avuto;
e qui si è tu-io nella gola
che trafigge ogni suono, confonde
l’odore del sesso che s’arrende di mattina,
appare come un Dio, un dio-polvere,
occhio moro delle montagne e delle neve,
occhio di drago che abbiamo attraversato
e disarmato e toccato. non piango più
le tue assenze, le notti lunghissime
attendono la nudità delle braccia
per addormentare le voci evocanti nomi.
alberi e case e strade e vecchi mobili
confondono il rumore dentro: ho scelto
di camminare cieca; ho scelto di amare
cieca e credimi, ho pagato il rumore,
la nudità, le voci degli alberi,
gli occhi della neve.

*

queste tende stropicciate, testimoniano
la strada dove siamo rimasti a guardare a lungo
la neve. abbiamo deciso di partire,
non ci siamo detti addio, abbiamo solo
intrapreso le nostre vite, ci siamo uditi
nel silenzio. ci siamo rifiutati
di ascoltare scorrere le cose: non fa
più amore, non fa più amore di così.

*

“sei guarita” dici piano come se ti alleggerisse
la memoria di questa casa, dove le cose stanno
da sempre sopra la stessa polvere. hai sentito
bene il battito dentro queste mura
quando mi hai mostrato nel buio di non aver paura.
sei sempre lo stesso, dopo anni,
la tiritera dei versi, le piaghe tacciono
ma tu non sai tacere, viscerale, ubriaco di te,
più di ogni altra cosa, addosso, oltre le tue
membrane cucite e ricucite.
sono guarita dove non resta di te nemmeno l’ombra.
dove sono tornata ad essere umana.

*

fu notte come altre, ma d’estate eravamo soli,
ci guardammo i piedi, le gambe lunghe strette,
gli sgabelli vuoti vicino alla schiena,
ci numerammo le costole, a destra a sinistra,
come due aquiloni ci pitturammo la faccia,
ci sposammo per bene, alle ore 11.00.
restò una fotografia impressa nella memoria.
i muri cantarono il tuo nome.

*

tutte le volte bussiamo prima di entrare.
non sentiamo nessuno ma qualcuno potrebbe
nascondersi sotto la capigliatura delle mura,
nel freddo della neve. a volte dimentico
di essere io, mi fingo lei sulle strade.
non la conosco ma attraverso la tua bocca
conosco la sua saliva. i suoi occhi
tra queste vetrate, di tanto in tanto,
osservano.