*

ancora breve il battito, sotto la pelle assorbe
il sangue di cui parleremo nelle ore della notte.
ho assunto l’ultima pillola. sei nei palmi pieni,
tu e la tua parola. l’unica paura della notte,
è di avere freddo. distanti le campane.
si sente che deve morire qualcuno.
si sente che devi andare.

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*

è scesa la neve,
come bambini ha coricato gli alberi.
i destini si sono stesi sulle strade.
Maria ritarda ad alzarsi, guarda in lontananza
i suoi demoni, resta nuda, la schiena
a feto sulle lenzuola non muove un muscolo,
ingoia l’aria senza tradurre il fiato.
è mancato il figlio, s’è compresso il battito,
inghiottito come alimento sceso
nel sangue, donato e perso, all’istante.

*

con la distanza, la strada ha superato le forme
dove a colpi l’aria scende e risale, sempre dal nord
e per il nord prega, adagio di dover tornare.

cosa faresti, se non con i palmi a pregare
e tenendo il giornale, gli occhi a leggere
i numeri a fondo pagina a rovescio, distillando
l’acqua dal rubinetto goccia a goccia e le bottiglie
vuote, numerate col gesso o a matita e un laccio rosso
o bianco a seconda di come ti alzi la mattina.
come faresti lo sai dal gesto della musica,
la tv che illumina i parchi del sud, l’incendio
caro dell’estate, la Babilonia impalata, il sudore
che vieta di guardare la luce ma intrapola la vista
ed un alone di chiaro opaco, mistifica l’aria
che sembra polvere. canticchi di tanto in tanto
per snaturare il nervosismo della bocca e sentire
come un pugno un peso del petto che piccolo forgia
la sua forma per restare. nella distanza hai chiamato
la creatura dell’acqua e s’è fatta voce
nello stomaco, l’orma in un corpo che muove,
ma tace. è estate e lo gridi:
pietrificata la terra ti ha ricordato di tornare.

*

ha un po’ caldo il volto di questa casa
che si scioglie; mi tieni la mano come domani
fosse l’ultimo giorno; domani, non oggi,
ché si sa, con la pioggia laveremo i corpi
nudi, un’estate ferma senza mare,
ma alberi dappertutto, segneranno i passi
nell’acqua. rinunceranno a guardarci,
impigliati tra le foglie conteranno
quante volte mi bacerai la fronte
prima dell’addio.

*

se c’è qualcosa da dire
mi ricordo appena di parlarti –
nei piedi le lumache camminano strisciando
ma cerco di non colpirle; l’acqua cresce i gusci,
alimenta il riverbero e distrae. distratti
camminando ci siamo visti solo la mattina.
avrò abbastanza luce per ricordare,
eri appena due passi più lungo, passi come dita
e stretto stretto, oltre il fiato. ed il Buddha;
la stanza ti sorrideva; ed i fiori;
i fiori rimarcavano il profumo di Dove della tua pelle –
boccheggiava. avrò passi di te da ricordare domani,
avrò le ginocchia crocifisse
ed il petto in fuori perché l’aria mancherà di cucire
e si stringerà affine alla tua pelle. stretta,
in un piccolo giro del fianco, udirò dall’occhio sinistro
il timpano più stretto al cuore.
non noti come stimola l’aria il cielo,
le borracce di piogge scese come catene unite
nel grembo pendono, traggono ciò che dentro
è muschio senza vitalità, quasi cerca l’uscita
più breve per tornare alla casa dove morire
senza il rumore delle mura, solo.

ma se c’è qualcosa da dire
lo ripeterò come frastuono,
torbido guscio che schiaccia ciò che dentro è feto,
mio nostro pugno di sangue, che si scompone
e delinea la vena del seno, attorciglia il fiato
ed un battito più giù unisono cresce;
ma avrai poco da raccontare senza la sonorità
della lingua; insegnerai la lingua con cui parlasti
la prima volta, con le tempie unite
a pensare al nome da darci tra le mura dei vivi,
le fotografie sole si guardavano ammirandosi la fronte.

come sei piccola
nel tuo grembo tagliato in due – e cucito
ti ho lasciato un nome piccolo
da bisbigliarlo col rumore dell’acqua
e non sei più nata.