*

non possiamo credere di essere morti.
tu di là, accartocciato e silenzioso
come un origami di carta a piegare le tue rovine
ed io così divaricata e spalancata e infinita
nelle urla delle mura nella casa di una madre.
canta per me.
non voglio sentire altre voci. come piccoli ragni
le braccia si sono unite agli angoli dei muri
e le finestre non lasciano passare l’aria
ma uscire i nervi e le ossa e le travi giganti di questa casa.
ha udito il tuo canto nostro figlio prima di andare,
ha cucito addosso a me il suo sangue
e s’è ucciso.
ho qui appena le mani,
le mani che hanno sognato.

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*

in stanza c’era solo il corpo ed un taglio profondissimo,
l’infibulazione delle tube: tagliate quella destra
e sinistra ché non servono a niente.
la stanza rimpicciolisce le voci.
all’angolo tu resti un uomo sfatto
tra forbici ed immagini di feti sui muri.
la tua faccia è piatta. non ha corpo il tuo occhio,
chiuso tra le palpebre parla meno.
sai dove sono, divaricata e piccola.
le gambe lunghissime conoscono le radici
e piantano giù a fondo, nel letto annidano unghie;
sono sfatta anch’io, un’umana che non genera umani.
inutile dire che sapevo. la tua mano toglie il dubbio
che tutto questo abbia un nome.

*

come muri spingono sudici i volti le braccia arcobaleni
cadenti nella testa dalla tua parte dove credere
è più facile che sopravvivere; muschio mitili
travi cortecce districate gambe dorsi di mani
tagliate tagliate quelle teste come cartoni
di Re quadri imperfetti e Regine rosse.
spingono scesi oltre l’acqua dove è fiamma
la parola snervano le vene nel corpo
io le ho contate le tue e le mie hanno lo stesso
numero le stesse strade intrinseche dove
ubriacano le orecchie. tagliate tagliate le gole
il marcio delle placente distacca improvvise urla
meno distanti delle tue mani. stai qui
un urlo per te lo cerco nel mio utero
così così oltre dentro dove inarca ed incendia
una fornace e sveglia spalancati occhi
troppi occhi meno occhi meno tutto e tanto
meno rumore e silenzio profondissimo.