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ho il corpo diafano del sole.
con la voce spacco i denti,
stacco la gola, sfaldo il corpo,
i nei piccoli delle travi cadute e scisse
in vie traverse di binari vicini.
non prendere la mia forma quando entri.
nella mia stanza le bocche hanno urlato talmente
da vedersi la scia di nervi sui muri.
vene lunghissime appiattiscono dentro
dentro in fondo un azzurro bianchissimo calcificato.
non dirti dove sta la strada, è una memoria
che ti risparmio. non si entra, né si esce di qui.
ci si suppone di non tornare.

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non scordare quando entri di chiudere la porta.
negli ospedali i piedi piccoli entrano dappertutto.
parlano i muri, le facce storte delle donne,
le stanze consumate dagli occhi
le linee deformate delle stanze
ed i corridoi stretti che portano solo da una parte
continua della tua caduta. tieni il peso
dove sonorizza meno il dolore, dove il fegato
ha raccontato più volte al cuore come si arriva
di lì e ci si perde. la mano ha piantato
cefalee lunghissime nelle braccia.
ascoltare da un orecchio non è lo stesso
orecchio che prude perché mi pensi altrove,
ma è una cava unica dove inghiottire il farmaco
non fa più nemmeno male. poi dicono le api spesso
passano di qui e pungono pungono e ti guardano
mentre muoiono. tu cerchi di non vedere dove cade
il loro corpo. cerchi di incastrare la testa
nella fotografia dei boschi, nelle piante che crescono
e tessono radici e tacciono. prega per me
nella diaspora delle facce che allontanano
i sordi ricami delle mattine. nelle vetrate lunghe
dei corridoi che ritornano sempre dalla stessa parte.
nello stesso cerchio dappertutto
come silenzio lunghissimo
di primavera.